Il ritorno dell’inflazione

Non siamo ancora usciti dalla crisi pandemica, ed ecco un altro spettro che si affaccia all’orizzonte e di cui tutti gli “esperti” parlano, chi ritenendolo vero e minaccioso e chi lontano o persino benevolo. Si chiama inflazione. O aumento generalizzato e continuato dei prezzi.
Fra le stranezze dell’economia e della politica che l’accompagna, c’è anche il fatto che neppure pochi mesi fa ci si lamentava del contrario, dell’assenza di inflazione: la si invocava infatti come sicuro segno di crescita, come energetico per una economia stagnante. Tanto che lo spettro indicato allora, ben prima della pandemia, era il contrario: la deflazione, divenuta quasi sinonimo di recessione.


L’inflazione può essere provocata da uno squilibrio tra domanda e offerta (se c’è una forte domanda di beni cui non corrisponde un’adeguata offerta è pressoché logico che i prezzi dei beni aumentino, non fosse che per un principio di rarità; alcuni sostengono ad esempio che si è verificato con i vaccini, troppa domanda insufficiente offerta). Oppure anche da un alto livello di massa monetaria in circolazione che porta ad avere più moneta in giro rispetto alla realtà economica o ai beni prodotti.


Perché si pronostica l’arrivo dell’inflazione? Per due motivi. Dapprima, perché dopo tante restrizioni e confinamenti, ci si darà allo sfrenato consumo, in ogni sua forma, assunto anche come sfogo e liberazione, e quell’esplosione finirà in un surriscaldamento economico. Poi, perché l’ampiezza dei piani di sostentamento e di rilancio, con l’immissione di miliardi di moneta o alla sua “creazione” mediante un forte indebitamento pubblico, ha creato uno squilibrio tra massa monetaria, debiti assunti, realtà economica, squilibrio al quale bene o male bisognerà far fronte, fors’anche con politiche monetarie meno espansive, più restrittive, sia nelle ulteriori concessioni di crediti e al ricorso facile al denaro, sia in un ritorno al maggior costo del denaro.


Per chi crede nelle leggi dell’economia, ci sono quindi premesse sufficienti per portare alla conclusione che l’inflazione arriverà. Per chi crede nelle avvisaglie anticipatrici dei mercati borsistici, ci sarebbero già segnali chiari che la danno in arrivo: tendono a gonfiarsi i corsi sulle materie prime (a causa della maggior domanda prevista), tendono ad aumentare da una parte e dall’altra dell’Atlantico (negli Stati Uniti, Germania, Francia, in maniera ancora insignificante in Svizzera) i tassi d’interesse a lungo termine, anche perché gli investitori esigono ormai rimunerazioni più elevate.


Un mutamento nei tassi di interesse rimane l’aspetto più preoccupante per i maggiori costi che comporta: per gli Stati e le aziende indebitatesi, per i privati con debiti ipotecari o debiti contratti con la pandemia. L’inflazione, è vero, assottiglia il debito perché fa perdere valore alla moneta; essa intacca però anche il potere d’acquisto e provoca pure una perdita del valore salariale (o delle rendite pensionistiche). In quest’ultimo caso mantenersi in una sorta di stagnazione difensiva (perché il costo del lavoro è un’ulteriore conseguenza sull’aumento dei prezzi) o anche in una progressione limitata dei redditi salariali, sarebbe autolesionista per l’economia stessa. Toglierebbe infatti impulso sia all’attività sia alla domanda interna, rendendo più fragile ancora, specialmente nel Ticino, come rivelano gli ultimi dati, tanto il tessuto produttivo, quanto lo stesso mercato del lavoro.

Pubblicato il

04.03.2021 11:27
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