Un nuovo mondo che fatica a nascere

V’è anelito di vita normale dopo mesi di lockdown più o meno rigoroso. Come non convenire. Già, ma quale normalità? Sapremo evitare il ripetersi di un’altra situazione traumatica, difficile e dolorosa sia a livello personale e sociale, sia a livello economico?


A livello personale e sociale «non siamo più gli stessi, perché non si esce uguali da un’esperienza ravvicinata e prolungata con una malattia così insidiosa, una vecchiaia così penalizzata, una morte così serializzata» scriveva Ida Dominijanni in piena prima fase di lockdown – e «abbiamo capito di essere ciascuno per l’altro, al contempo, pericolo e salvezza, minaccia e rassicurazione». La prima fase aveva messo in evidenza solidarietà, voglia e desiderio di esprimerla e condividerla con il «ci sono anch’io», applausi al personale sanitario «eroico», i concerti dai balconi... Ma anche la voglia di aspirare a un altro mondo, un futuro diverso: aria pura, meno traffico in cielo e sulle strade, maggior tempo per sé stessi e la propria famiglia, gli altri. Un mondo dove il sapere di ognuno possa essere funzionale al benessere collettivo, e non funzionale al profitto con le sue forme organizzative “labour saving” che generano precarietà e indigenza; dove le relazioni interpersonali sono improntate sull’essere e non l’avere. La seconda ondata ha spezzato lo slancio di solidarietà, quasi euforica, di auto aiuto, di propositi, del «mai più come prima». L’isolamento sociale, l’assenza di un’educazione, di pratica pregressa, di reali prospettive, di azioni e di risultati hanno smorzato l’entusiasmo e i propositi iniziali, conducendo molti a chiudersi in sé stessi, a convincersi – illusione – che solo con le proprie forze riuscirà a salvarsi. Insomma una regressione.


A livello economico i vari lockdown ci hanno fatto scoprire la faccia nascosta della globalizzazione, le conseguenze nefaste della dipendenza, tra cui penuria di beni essenziali. L’urgenza di affrontare la crisi sanitaria e di calmierare le varie esigenze sia economiche (compensazioni di perdita di fatturato per aziende e costi salariali dei loro collaboratori), sia sociali (aiuto supplementare ai già senza lavoro) ha evidenziato e fatto “riscoprire” il ruolo fondamentale dello Stato per il funzionamento della società odierna. Il presidente francese Macron, lucido più di altri statisti, mise il dito sulla piaga: «È una follia delegare ad altri il nostro cibo, la nostra protezione, la nostra capacità di cura, il nostro ambiente di vita» dichiarò nel suo discorso alla nazione il 12 marzo 2020 annunciando perentoriamente: «Dobbiamo riprendere il controllo, ci sono beni e servizi che devono essere posti fuori dalle leggi del mercato». Risultato a oltre un anno distanza? Fuorché mascherine: nulla. Eppure sarebbe bastato stilare una lista di merci essenziali da produrre sul territorio francese «per ragioni di occupazione, controllo strategico del nostro approvvigionamento e anche per scrupoli ambientali». «Una lista di 50 prodotti – osserva L. Cordonnier economista e professore a UniLille – che non possono essere messi in vendita senza che almeno il 50% del loro valore aggiunto sia realizzato localmente».

 

Stesso scenario in Svizzera e nell’Ue. Insomma il paradigma di sviluppo (valori, principi, regole e struttura) causa dei tanti disagi e problemi rimane dominante. Sul piano occupazionale mondiale le prospettive indicano oltre 500 milioni di individui ridotti alla povertà a seguito della chiusura di attività. A cui s’aggiungeranno molti altri milioni di vittime della sostituzione del lavoro umano con tecnologie dell’automazione e robotizzazione d’ultima generazione. Conclusione: parafrasando Gramsci parrebbe che il vecchio mondo non voglia morire, mentre quello nuovo faccia molta, molta fatica a nascere.

Pubblicato il

12.05.2021 14:49
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