La venditrice che non si piega

Marisa Pralong non riavrà il suo posto di lavoro presso i grandi magazzini Manor. La giustizia ginevrina lo scorso 16 marzo ha riconosciuto che la venditrice è stata licenziata in quanto attivista sindacale, ma ha respinto l'istanza di reintegrazione promossa dal sindacato Unia (che ora farà ricorso al Tribunale federale) e di fatto decretato la disoccupazione per la militante 44enne.

La decisione della "Chambre des relations collectives de travail" (Crct, il tribunale che dirime i contenziosi derivanti dall'applicazione dei contratti collettivi di lavoro nel canton Ginevra) non ha sorpreso più di tanto la diretta interessata: «Una sentenza tipicamente svizzera, molto consensuale, né per né contro. Potevo immaginare che sarebbe andata a finire così», commenta Marisa Pralong, consapevole di aver perso la sua battaglia per il posto di lavoro ma non la forza di continuare a lottare. Di continuare a lottare per i diritti delle sue (ormai ex) colleghe, contro i licenziamenti dei delegati sindacali e anche per sé stessa, per il suo futuro di donna e di lavoratrice, visto che ora è disoccupata e deve far fronte alle tante difficoltà che da questa spiacevole condizione derivano.
Sul piano giuridico, rimane la fievole speranza di ottenere ragione dal Tribunale federale, oltre a quella (teorica) di vedersi riconoscere dal Tribunale dei "Prud'hommes" (il tribunale del lavoro a cui Marisa Pralong ha inoltrato un'istanza) la nullità del licenziamento. Non tornerà più però al suo posto di lavoro nel reparto di abbigliamento maschile della Manor di Ginevra, da dove è stata allontanata nel febbraio 2009, rea di aver auspicato l'istituzione di una Commissione del personale e di essersi espressa pubblicamente contro un progetto di revisione della legislazione cantonale in materia di orari di apertura dei negozi. Nonostante la Crct, pochi mesi dopo avesse in via cautelare sospeso il licenziamento e intimato a Manor la reintegrazione della commessa, la direzione del negozio l'ha reinserita nell'organico ma per tutti questi mesi ha preferito rinunciare ai suoi servizi. Non ha dunque più voluto rivederla in reparto, ma ha continuato a versarle il salario fino al 16 marzo scorso, giorno di pubblicazione della sentenza della Crct.
«Esatto», conferma, amareggiata, Marisa Pralong, a cui Manor anche in questa occasione ha voluto riservare un'ennesima umiliazione, inviandole la conferma della fine del rapporto di lavoro solo comn pesante ritardo: «Dopo la decisione della Crct non ho ricevuto alcuna comunicazione ufficiale e non ho avuto alcun contatto con il mio ex datore di lavoro. Sono andata però a verificare lo stato del mio conto corrente postale dove mi viene versato lo stipendio e ho dedotto che dal 17 marzo non sono più una dipendente».
«Un momento davvero triste» per Marisa, ma anche per le sue ex colleghe, che attendevano con impazienza la sentenza della corte ginevrina, con la speranza di poter riprendere insieme la battaglia per la creazione di una commissione del personale. «Sono rimaste molto deluse e disgustate. Sono più colpite di me da questa sentenza», racconta Marisa Pralong. Anche perché nel frattempo la situazione per il personale all'interno di Manor si è ulteriormente deteriorata: per quest'anno i salari sono stati congelati, mentre in vista dell'estate Manor ha già deciso che non sarà assunto personale avventizio e che pertanto sarà fortemente limitata la libertà di scelta delle vacanze degli impiegati fissi. Una misura questa molto penalizzante per le donne, a cui di fatto viene negato il diritto di stare con i figli e la famiglia. «Le mie colleghe speravano in un mio rientro e dunque nella riattivazione della commissione del personale. Ora sono molto deluse e scoraggiate dalla decisione della Crct di non decidere sulla tutela dei delegati sindacali», spiega la presidente di Unia Ginevra, esprimendo «massima comprensione per queste paure» ma assicurando nel contempo la sua ferma volontà a proseguire nella battaglia su questo terreno.
Una battaglia che ha ormai una dimensione politica, dopo che lo scorso febbraio con una lettera sottoscritta da oltre 1.300 persone, il sindacato Unia e l'Unione sindacale svizzera (Uss) hanno rinnovato l'invito al Consiglio federale a modificare la legislazione contro i licenziamenti abusivi dei militanti sindacali e dunque ad adeguarla alle direttive dell'Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), dove tra l'altro è pendente una denuncia contro la Svizzera presentata dall'Uss.
«Alle mie colleghe ho assicurato che né il sindacato né la sottoscritta intendono mollare», prosegue Marisa Pralong, la quale, anzi, utilizzerà il suo caso per dimostrare che non è vero che in Svizzera chi è capace e responsabile ha sicuramente un lavoro. «Oggi sono una disoccupata nonostante le mie capacità professionali, gli ottimi rapporti sempre intrattenuti con la clientela e i buoni risultati di vendita. Peculiarità queste riconosciute anche dalla direzione di Manor, che ogni anno mi aumentava il salario. Solo in sede giudiziaria mi hanno accusata di essere una persona sgarbata, ma lo hanno fatto per cercare di nascondere la vera ragione del licenziamento, ossia il mio impegno sindacale».
La combattiva venditrice di origine argentina è cosciente che la sua vicenda personale non l'aiuterà a trovare un nuovo posto di lavoro: «In Svizzera essere delegati sindacali non è un valore aggiunto e so che molto probabilmente un altro posto come commessa a Ginevra non lo troverò più. Tuttavia rimango serena, perché ho fiducia nelle mie capacità. Se sono riuscita per un anno a portare avanti questa battaglia, in cui ho dovuto tener testa a un gigante come Manor ed uscire allo scoperto, vuol dire che ho le forze per superare questa triste vicenda».
Nell'immediato, per Marisa la priorità sarà quella di far quadrare i conti di un'economia domestica già fragile: l'entrata in disoccupazione equivale per lei infatti ad una perdita di salario del trenta per cento. «Questo trenta per cento -spiega preoccupata- corrisponde all'affitto del mio appartamento: 966 franchi mensili. Dovrò rivolgermi all'assistenza sociale per vedere di compensare parte della perdita di guadagno». Ma Marisa Pralong guarda oltre e già ha qualche idea per il futuro: le piacerebbe lavorare come operatrice sociale con i bambini. Un mestiere che, al pari di quello della venditrice, eserciterebbe «con grande passione». A Ginevra o altrove, visto che è disposta anche a lasciare il suo cantone e a trasferirsi da un'altra parte «per ricominciare una nuova vita». «In fondo, cosa vuole che sia. Io sono una migrante: ho già lasciato il mio paese e la mia famiglia per venire in Svizzera», conclude Marisa Pralong.

Una sentenza contraddittoria

In quanto delegata sindacale, Marisa Pralong godeva della tutela del Contratto collettivo  di lavoro (Ccl) per il commercio al dettaglio del canton Ginevra, che vieta espressamente di licenziare un dipendente per il suo impegno sindacale. La rottura del contratto da parte di Manor, avvenuta proprio per questo motivo, va dunque considerata una violazione del Ccl e dunque nulla. È quanto si afferma in sostanza nella sentenza della Crct, la quale tuttavia respinge l'istanza di reintegrazione della venditrice per ragioni procedurali. Secondo la Crct, il sindacato Unia, firmatario del Ccl, non avrebbe infatti «titolo per agire» in favore di una singola persona. La corte in sostanza non riconosce che licenziando la militante sindacale, Manor ha pure impedito a Unia di costituire una commissione del personale e dunque danneggiato l'intera organizzazione. Nella sentenza si legge inoltre che la violazione della norma del Ccl contro i licenziamenti antisindacali avrebbe come conseguenza la nullità del licenziamento, ma secondo la Corte tale norma sarebbe in contraddizione con il Codice delle obbligazioni. In sostanza, dunque, la reintegrazione di un delegato sindacale sarebbe giuridicamente impossibile in Svizzera, anche se la possibilità è contemplata da un Ccl.
Una ragione in più, secondo Unia, per procedere a una revisione del diritto federale.

Pubblicato il

02.04.2010 02:00
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